Bright Star (Jane Campion, 2009)

Bright Star

John Keats fu un poeta inglese devoto al culto della bellezza come unica verità possibile – “Beauty is truth, truth beauty, – that is all/Ye know on Earth, and all ye need to know”. La sua esistenza è una meteora che brilla nel firmamento dell’arte, lasciando una scia tanto fugace quanto splendida ed eterna, proprio come la fede che ha scelto di seguire. Questa vita è l’oggetto di Bright Star, un film che stordisce ad ogni passo, nutrendosi dell’iridescenza dei versi del suo protagonista – alla cui fragilità fisica presta corpo e voce l’inglese Ben Whishaw, ancor più straordinario che in Profumo - e della terra che ne ospita l’amore: un’Inghilterra pervasa di fiori e di bagliori. Fra le viole dei suoi campi la più bella sembra essere Fanny (un’intensa ed indimenticabile Abbie Cornish), vezzosa e dedita al cucito, che però non disdegna la poesia e chi la produce, lasciandosene inebriare come da un odore. Ma la realtà si allontana dalle parole, proprio quando pare vi si accosti, e la conoscenza di un sentimento tanto grande come quello fra Keats e la fanciulla trova giusto il tempo di imprimersi su carta – un epistolario giudicato scandaloso dalla società dell’epoca – per dissolversi come fosse “scritto nell’acqua“.

Dopo la volgarità torbida di In the Cut, la neozelandese Jane Campion ritorna ai vecchi fasti, a metà fra l’angosciante realismo di Un angelo alla mia tavola (dal cui cast richiama a sé la protagonista, Kerry Fox, nel film madre di Fanny) ed il sognante manierismo di The Piano. E la musica è ancora buona, l’armonia perfetta, le parti sapientemente integrate. Ogni interprete pesa quel tanto che basta a dar significato al proprio ruolo, rispettando l’equilibrio garantito dall’intreccio della meravigliosa colonna sonora (Mark Bradshaw) con le impressioni di luce, colore e natura messe su pellicola da Greig Fraser. Con Bright Star, oltre a rappresentare “un’appassionata e casta storia d’amore” (Morandini), la Campion fa sua – e poi nostra – un’esperienza sensoriale, alla stregua di quella descrizione imperitura fatta da John alla sua amata per spiegarle la poesia. In sottofondo, il vibrante commento sonoro di Bradshaw dal titolo Negative Capability (Capacità negativa). Questa, per Keats, era l’abilità umana “di rimanere in incertezze, Misteri, dubbi senza alcun irritante raggiungimento a seguito di fatti e raziocinio”. Di non fermarsi alla risposta per non fermare la forza naturale della poïesis, che trova il suo unico senso nell’esplorazione continua e mai stanca.

Come quella di Fanny fra i campi, una volta rigogliosi, ora aridi, intristiti dall’inverno e dal dolore; simbolo estremo della fine di una condivisione fiorita per tre anni e avvizzita troppo presto. Ma che si conserva, come petali secchi, fra le pagine di un libro prezioso da custodire gelosamente, e per sempre.

Francesca Fichera

Comments
4 Responses to “Bright Star (Jane Campion, 2009)”
  1. viga1976 scrive:

    questo è in lista,non vedo l’ora di vederlo..

    • CineFatti scrive:

      Fallo appena puoi :) Per citare il mio collega Doc, è “la Jane Campion che vale”. E comunque, nel frattempo, puoi recuperare la colonna sonora. E’ una delle punte massime del film, veramente stupenda.
      - Fran

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